Sette giorni, sette escursioni: tu sei di quelli? (il capitolo che parla di te — leggilo gratis)
Sette giorni, sette escursioni: tu sei di quelli? (il capitolo che parla di te — leggilo gratis)
Le vacanze stanno finendo. E se sei stato in montagna una settimana, forse in questi giorni stai facendo, senza accorgertene, un piccolo bilancio: quante gite ho fatto? Quali mi sono persa? Ho "sfruttato" abbastanza?
Se ti riconosci in questa domanda, allora questo capitolo del mio libro Più su del previsto parla proprio di te. E anche di me, perché sono il primo a comportarmi così.
Te lo lascio qui, gratis e per intero. In fondo trovi un piccolo sondaggio: sono curioso di sapere se anche tu sei uno da "sette giorni, sette escursioni", oppure no.
9. Sette giorni, sette escursioni
La settimana in montagna, oggi, si progetta prima di partire.
Non è un'esagerazione per fare il capitolo: si progetta davvero, e io la progetto. C'è un documento. Ha una riga per ogni giorno, e ogni riga ha una gita, con il dislivello a fianco e ogni tanto una nota — se il tempo tiene — che è la finzione con cui ci concediamo l'illusione della flessibilità.
Lunedì la gita di ambientamento, che è comunque novecento metri. Martedì quella grossa. Mercoledì una media, perché dopo la grossa le gambe sono quelle che sono. Giovedì la ferrata. Venerdì il giro dei laghi. Sabato la cima che dà il nome alla valle. Domenica una corta, prima di caricare la macchina.
Sette giorni, sette escursioni. E se una salta, si recupera.
Adesso, la cosa che rende tutto questo interessante: nessuno ci obbliga. Non c'è un capo. Non c'è un programma pagato. Siamo in vacanza, cioè nella condizione in cui teoricamente si fa quello che si vuole, e quello che vogliamo è questo.
Perché nel frattempo è successa una cosa alla nostra testa, e credo che sia la cosa più difficile da raccontare di tutto il libro, perché non ha oggetti: non c'è un bastone, non c'è una borraccia, non c'è niente da fotografare. È solo una sensazione, ma è precisa, e la conoscono tutti quelli a cui la racconto.
La sensazione è che il tempo ci stia rincorrendo.
Che se stiamo fermi un giorno, quel giorno lo abbiamo perso. Che se c'è il sole e noi siamo seduti, stiamo sprecando qualcosa che qualcun altro, in quel momento, sta usando meglio. C'è il sole, non possiamo mica stare qui — l'ho detto io, quest'anno, a voce alta, in una giornata in cui non avevo nessuna voglia di camminare e sono andato lo stesso.
E il risultato è un'inversione che nessuno ha mai annunciato.
Perché le cose che una volta si facevano nei giorni di riposo — la passeggiata lungo il fiume, il giro del lago in piano, le carte, i cruciverba, il paese, il sedersi — esistono ancora, tutte quante. Semplicemente sono scivolate in un'altra categoria. Da attività sono diventate ripieghi.
Si fanno quando piove.
Sono diventate il programma B, quello che scatta quando il programma A non è disponibile, e infatti si annunciano proprio così: visto che oggi non si può fare niente, facciamo un giro lungo il fiume. Visto che non si può fare niente. Come se camminare due ore in riva a un torrente con qualcuno che ti sta simpatico fosse la definizione di non fare niente.
Una volta il brutto tempo era una scocciatura. Adesso il brutto tempo è un permesso. È l'unica autorizzazione accettabile a stare fermi, e viene rilasciata dal meteo, e siccome il meteo lo controlliamo tre volte al giorno sappiamo con esattezza quando ci verrà concessa.
Il motore di tutto questo, credo, è la paura di perdersi qualcosa.
Perché la valle ha quaranta gite. Le conosco tutte, perché sono online tutte quante, con le foto e i tempi e i commenti. So quali non ho fatto. So che quella lì è bellissima e che io non ci sono mai stato, e che quest'anno ho sette giorni, e che sette meno quaranta fa una cifra che mi sta antipatica.
Ai miei nonni questo problema non si poneva, e non perché fossero saggi. È che non sapevano che le altre trentatré gite esistessero. Conoscevano le sei o sette della zona, quelle che si sapevano — e su come si sapevano ci ho scritto un capitolo, più avanti, che è anche quello in cui ammetto di averci messo del mio.
Adesso la parte onesta, che è breve ma va detta.
Fare tante cose non è un male. Camminare tutti i giorni fa bene, allena, e chi oggi si fa sette giorni di gite arriva a settembre in una forma che i nostri padri a cinquant'anni non avevano. La montagna la vediamo di più, la conosciamo di più, e chi ha poche vacanze fa benissimo a spremerle. Non sto proponendo di stare in albergo a fare le parole crociate come programma di vita.
Sto solo dicendo che la lista non finisce.
Questo è il punto e chiudo qui. La valle ha quaranta gite, e quando ne avrai fatte quaranta scoprirai che la valle accanto ne ha altre trentacinque, e che intanto ne hanno segnate due nuove e una l'hanno rifatta col ponte tibetano. Non esiste la settimana in cui si fa tutto. Non è mai esistita, e non esisterà, perché il numero delle cose da fare è per costruzione più grande del numero dei giorni che abbiamo.
La differenza è che una volta non ci provavamo nemmeno.
Il sondaggio
E tu, che tipo sei? Adesso che le ferie stanno per finire, dimmelo con sincerità:
- 🥾 Sette giorni, sette escursioni. Se c'è il sole, si cammina. Fermarsi è tempo perso.
- 😌 Un giorno sì e due no. Una bella gita, e poi il fiume, le carte, il paese, il divano.
Scrivimelo nel commenti!
Questo era uno dei trentaquattro capitoli di Più su del previsto, il mio libro su come è cambiata la montagna — e su come siamo cambiati noi. Se ti è piaciuto, gli altri parlano del bastone intagliato, della cioccolata spezzata in vetta, dei rifugi diventati hotel, dei laghi diventati fotografie.
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