Il bastone intagliato col coltellino — leggi gratis il primo capitolo di "Più su del previsto"
Il bastone intagliato col coltellino — leggi gratis il primo capitolo di "Più su del previsto"
È uscito il mio nuovo libro, e questa volta non è una guida.
Si intitola Più su del previsto ed è una raccolta di trentaquattro racconti brevi su come è cambiata la montagna negli ultimi trent'anni — e su come siamo cambiati noi che ci andiamo. Non è un lamento del "si stava meglio prima": quasi tutto, oggi, è cambiato in meglio. È solo che, a ogni cosa guadagnata, ne abbiamo lasciata per strada una più piccola. E vale la pena guardarla un'ultima volta, con affetto e con un sorriso.
Per farvi capire di che pasta è fatto, ho deciso di pubblicare qui, gratis e per intero, il primo capitolo. Buona lettura.
1. Il bastone intagliato col coltellino svizzero
Il bastone non si comprava. Il bastone si trovava.
C'era un momento preciso, di solito il primo pomeriggio del secondo giorno di vacanza, in cui uno degli adulti spariva nel bosco sopra il parcheggio con l'aria di chi sa cosa cerca. Tornava dopo mezz'ora con un ramo lungo un metro e venti, storto quel tanto che serve a dire che è naturale, e lo appoggiava al muro come si appoggia un progetto.
Sulla questione del legno si litigava. Il larice era la scelta di chi voleva finire in giornata: ce n'è dappertutto, è duro il giusto, profuma di resina per due settimane e perdona gli errori. I puristi però storcevano il naso e dicevano maggiociondolo. Il maggiociondolo — l'avornello, per chi lo chiama così — è un legno che sembra ottone, giallo dentro e scuro fuori, pesante, e quando è secco non si spacca praticamente mai. È anche velenoso in ogni sua parte, cosa che nessuno riteneva necessario menzionare a un bambino di nove anni. Terza via: il sorbo, che è quello degli uccellatori, elegante e sottile, e chi arrivava con un bastone di sorbo ben fatto veniva guardato con rispetto. C'era poi la scuola del "va bene qualsiasi cosa purché sia dritta", che era la scuola alla quale apparteneva la maggioranza silenziosa dei bastoni realmente esistenti.
La lavorazione durava tre giorni e si svolgeva sul balcone dell'appartamento, seduti su una sedia di plastica, con il coltellino svizzero. Non un coltello da intaglio, non uno di quegli attrezzi seri con la lama ricurva: il coltellino svizzero, quello rosso, con la lama principale, il cavatappi, le forbicine che non tagliavano niente e quell'affare uncinato che nessuno ha mai capito e che si è poi scoperto essere per togliere i sassi dagli zoccoli dei cavalli. Con quello si faceva tutto, e chi diceva che serviva altro non aveva capito lo spirito della cosa.
Prima si toglieva la corteccia, ma non tutta: si toglieva a spirale. Una striscia sì e una no, che girava intorno al bastone dall'impugnatura fino alla punta, e sotto veniva fuori il legno bianco e umido, chiaro come una cosa che non aveva mai visto la luce. Bisognava andare piano, perché se la lama fosse scappata la spirale si sarebbe interrotta, e una spirale interrotta è una spirale finita: non c'è modo di rimediare, si può solo ricominciare più in basso e fingere che fosse voluto. Poi si affusolava la punta a colpi corti. Poi si lasciava seccare due giorni all'ombra, mai al sole, perché al sole crepa. Questa era una legge fisica non discussa, come la termodinamica, e nessuno l'ha mai verificata sperimentalmente perché nessuno era così stupido da provarci.
A quel punto avevi un bastone. Ma il bastone base, quello liscio col ramo scortecciato, era soltanto il livello di partenza. Poi c'erano gli upgrade, e gli upgrade erano una gerarchia sociale.
Il primo era il foro per il laccio. Si faceva col trapano in cantina, a quattro-cinque centimetri dalla cima, una punta da sei, e si passava dentro una striscia di cuoio recuperata da una vecchia cintura o — nei casi meno nobili — un pezzo di corda da bucato. Serviva davvero: ti liberava la mano nei tratti in cui ti serviva la mano, e il bastone ti restava appeso al polso invece di rotolare a valle mentre lo guardavi partire. Chi aveva il laccio era uno che aveva pensato alla cosa in anticipo.
Il secondo era la punta in acciaio. Il legno nudo, dopo tre stagioni di ghiaie, si consuma e si sfibra, e il bastone si accorcia di due dita all'anno. Allora si andava in ferramenta e ci si faceva dare un puntale — un cono di metallo, di quelli da ombrello grande o da picchetto, a volte proprio un puntale da bastone che il ferramenta teneva in un cassetto senza cartellino perché quelle cose lì si sapeva chi le chiedeva. Si scaldava, si infilava a forza, si fissava con un chiodino di traverso. Da quel momento il bastone faceva tac sulla roccia a ogni passo, e quel rumore lì, moltiplicato per cinque persone in fila indiana su un sentiero di ghiaia, è probabilmente il suono più esatto che ho in testa di quegli anni.
Il terzo, il livello massimo, era la picca in cima. Un pezzo di ferro ricurvo fissato sulla testa del bastone, alla maniera dei vecchi alpenstock, che serviva a fare presa sulla roccia nei passaggi in cui ti tiravi su e — questa era la giustificazione ufficiale — a tagliare i gradini nel nevaio. Nessuno ha mai tagliato un gradino con la picca del bastone. Serviva a essere un uomo con la picca sul bastone, e questo era ampiamente sufficiente. Chi ce l'aveva non la nominava mai: la lasciava vedere.
E poi, sopra tutto, gli scudetti.
Gli scudetti erano il punto. Piccole placche di metallo smaltato, ovali o a forma di stemma, con sopra il nome del rifugio, il disegno stilizzato della cima, la quota, un passo. Si compravano al rifugio stesso, sul bancone, in una scatola di cartone, mille lire l'uno. E si inchiodavano sul manico con tre chiodini che il gestore ti dava insieme, o che avevi già in tasca perché eri uno serio.
Un bastone con tre scudetti era un bastone da principiante. Un bastone con quindici era un curriculum. Un bastone con quaranta, tutto il manico coperto, il metallo che si sovrapponeva e brillava consumato dalle mani, era un oggetto davanti al quale al rifugio la gente si girava. Non c'era bisogno di raccontare niente: eri arrivato con il tuo medagliere in mano, e chi capiva capiva. Era Strava, ma di ottone, e non ti diceva quanto eri andato piano.
Finivano tutti nello stesso posto, i bastoni: in piedi nell'angolo del garage, dietro la porta, in un mazzo, come ombrelli di una famiglia molto strana. Quello del nonno, con la picca. Quelli degli adulti, con la punta d'acciaio e il laccio di cuoio nero di sudore. Il mio da bambino, corto, senza niente, con sei scudetti in croce messi storti. Restavano lì tutto l'inverno, e la prima cosa che si faceva ad agosto era andare a riprenderli e controllare che fossero ancora sani.
Poi sono arrivati i bastoncini.
Non voglio anticipare troppo, perché ai bastoncini telescopici e a tutta la loro parentela dedicherò più avanti un capitolo intero, e sarà un capitolo in cui dovrò ammettere delle cose. Ma il fatto storico è questo: verso la fine degli anni Novanta è cominciata la sostituzione, e in dieci anni non è rimasto in piedi niente.
Oggi salgono tutti con due bacchette di carbonio. Sono migliori, chiaramente. Sono due e non uno, il che dal punto di vista della fisica del ginocchio in discesa non è un dettaglio. Si accorciano e stanno nello zaino. Pesano duecento grammi. Hanno il puntale intercambiabile, la rotella per la neve, il cinturino ergonomico. Hanno, in pratica, tutti gli upgrade già inclusi di serie, e questo è precisamente il problema: non c'è più niente da aggiungere, e quindi non c'è più niente da meritarsi.
Sono anche, tutte quante, identiche. Fuori da qualsiasi rifugio, nella rastrelliera, ci sono trenta bacchette nere appoggiate al muro, e nessuno le sorveglia. Non per fiducia: perché non ha senso. Se esci e prendi quelle sbagliate non succede niente, funzionano uguale, e c'è un'ottima probabilità che tu stia camminando da tre ore con i bastoncini di un signore olandese senza esserti accorto di nulla. Lui idem con i tuoi. Vi siete scambiati la memoria della giornata e non lo saprete mai, perché non c'era nessuna memoria da scambiare.
E quando uno si spezza non si aggiusta: si ricompra. Anzi si ricompra il paio, perché il singolo non lo vendono.
Erano oggettivamente peggio, i bastoni. Pesavano, si spaccavano nel punto sbagliato, non servivano granché in discesa. E ogni tanto qualcuno se ne dimenticava uno appoggiato a un masso alla sosta della merenda, se ne accorgeva due ore dopo e ci restava male per giorni: perché non era un attrezzo che aveva perso, erano tre pomeriggi di coltellino, il laccio tagliato dalla cintura del nonno e undici scudetti che non si potevano ricomprare — quelli sì che erano suoi, uno per uno, e sapeva anche in che ordine.
Però erano uno solo al mondo, ciascuno. E raccontavano dove eri stato.
Ti è piaciuto? Questo era solo il primo dei trentaquattro capitoli. Gli altri parlano della cioccolata spezzata in vetta, delle fontane a cui si beveva senza domande, dei rifugi diventati hotel, dei laghi diventati fotografie — e di una gita che è finita più su del previsto.
Sono tutti così: brevi, si leggono in ordine sparso, uno la sera prima di dormire o due in coda al passo.
Più su del previsto è su Amazon in ebook a 4.99 € e in cartaceo a 13.99 €. Se il capitolo che hai appena letto ti ha strappato un sorriso, gli altri trentatré fanno lo stesso lavoro.
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